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Via Poma, la biologa Baldi: «Indagare il Dna sul corpetto di Simonetta»


Un nuovo testimone e un alibi falso. Sono stati questi due elementi a far sì che la Procura di Roma riprendesse in mano gli accertamenti sul delitto di via Poma, avvenuto a Roma il 7 agosto del 1990, trentadue anni fa. La vittima, Simonetta Cesaroni fu massacrata con 29 pugnalate nell’ufficio degli Ostelli della gioventù dove, da un po’ di tempo, lavorava come contabile due pomeriggi a settimana. Il suo assassino non è mai stato trovato. Oggi, sotto la lente degli inquirenti ci sarebbero le dichiarazioni di una testimone che ha rivelato che l’allora presidente degli Ostelli, l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, all’epoca fornì un alibi falso. Non solo: sostenne falsamente di non conoscere Simonetta, la quale però aveva sulla sua agendina il suo numero di telefono. 

La testimone sarebbe una collaboratrice dell’avvocato. Le sue parole trovano conferma in alcuni vecchi documenti. Per esempio, un appunto del 1992 da cui risulta che già subito dopo il delitto la portiera dello stabile dove l’avvocato abitava aveva smontato l’alibi dell’uomo: «Il giorno del delitto», si legge tra le carte, «sarebbe stato visto dalla portiera rientrare affannato e con un pacco mal avvolto presso la propria abitazione», che si trovava a due passi da via Poma.

Tuttavia, c’è da dire che l’alibi dell’uomo fu confermato dalla figlia e da due amiche di lei, le quali spiegarono che, all’ora del delitto, le aveva accompagnate in aeroporto a Fiumicino. Non solo: le tracce genetiche trovate sul luogo del delitto non corrispondono a quelle del presidente degli Ostelli. Ma allora: qual è la verità? L’avvocato mentì davvero? Se sì, perché? E perché affermò di non conoscere Simonetta? Soprattutto: tracce genetiche vecchie di trentadue anni possono ancora raccontarci qualcosa? «Basare le valutazioni su reperti e analisi così antiche sarebbe poco corretto», dice Marina Baldi, la biologa specializzata in genetica forense che ha analizzato i dati del delitto di via Poma durante il processo contro l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, poi assolto perché innocente, «bisognerebbe assolutamente valutare le analisi fatte successivamente ed eventualmente, se possibile, disporne altre».

Dottoressa Baldi, lei quando fu coinvolta nel caso di via Poma?
«Nel 2004, dopo che il medico legale Ozrem Carella Prada, lo stesso che aveva esaminato il corpo di Simonetta dopo che fu scoperto il delitto, consegnò alla Procura quel che rimaneva degli abiti della ragazza: un reggiseno, un corpetto e due calzini. Erano rimasti chiusi tutti insieme in una busta in un armadio». 

Quale fu il suo compito?
«Ho eseguito alcune comparazioni tra il dna che fu poi trovato sul corpetto e quello delle varie persone che risultavano dalle perizie (con l’apertura delle nuove indagini, fu prelevato il dna di 30 individui che ruotavano attorno al caso di via Poma. Tra questi c’era anche l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, ndr). Ho fatto una valutazione dal punto di vista biologico di tutto il materiale che era stato analizzato all’epoca e su quello rinvenuto successivamente».

Iniziamo dai reperti dell’epoca. 
«Sulla porta della stanza nella quale Simonetta fu trovata morta c’erano alcune macchie di sangue. Fu asportato un tassello dalla porta e ricavato, con gli strumenti dell’epoca, il dna di quel sangue. Un’altra macchia fu trovata sul lato interno della porta e, infine, altre macchie di sangue sul telefono».

Oggi sappiamo che quel sangue non apparteneva a Simonetta, poiché era di gruppo A. Simonetta aveva gruppo sanguigno 0. Il sangue del presidente degli Ostelli, Francesco Caracciolo di Sarno, era invece di gruppo B.
«Nelle indagini su un delitto il gruppo sanguigno può servire solo in qualche caso, come fattore di esclusione. Il gruppo 0 ce l’ha il 40 per cento della popolazione, quello A il 20 per cento e anche il gruppo B». 

Dunque, il gruppo sanguigno escluderebbe l’avvocato. Da quelle tracce venne anche ricavato il dna dell’assassino. I giudici del processo Busco hanno scritto che «i risultati erano incompatibili con i profili genetici delle altre persone prelevati unitamente a quelli di Busco».
«Stiamo parlando di analisi antiche, che oggi non vengono più prese in considerazione poiché poco precise e non dirimenti. Inoltre, per quanto riguarda la porta dell’ufficio c’è da considerare che il dna potrebbe averlo lasciato anche chi lavorava in quelle stanze, magari anche molto tempo prima del delitto. Se quel dna appartenesse a qualcuno che frequentava l’ufficio, quale potrebbe essere il suo valore probatorio?».

Però, i giudici hanno scritto che il dna estratto dalla macchia di sangue sul tassello della porta era ritenuto particolarmente rilevante, poiché quel sangue era commisto con quello di Simonetta. Segno che la traccia fu lasciata quando avvenne il delitto.
«Purtroppo su quel dna esistono molte criticità. La porta, poi, è stata anche distrutta: impossibile prelevare altre tracce. Furono commesse imprecisioni nel momento in cui vennero fatte le analisi su quei campioni di sangue. Imprecisioni che hanno inficiato il risultato. Dai nostri accertamenti risulta che il dna sulla porta era in qualche modo contaminato e non poteva essere utilizzabile. Furono commessi errori durante i sopralluoghi, perché all’epoca non si conosceva bene il dna e, quindi, le precauzioni prese non erano adeguate. Invece, i dna che avrebbe un senso controllare sono quelli trovati sul corpetto quando fu esaminato nel 2004».



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