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Secondo lavoro: si può? E come?


Il problema è che uno spesso non basta più e succede che ci vogliano due di lavori per riuscire ad avere uno stipendio decente e mantenersi in modo dignitoso. La verità, però, è che dal punto di vista legale non può essere un liberi tutti: ci sono regole, di rapporto e di orario, che vanno comunque rispettate. E dunque, quanto e come è possibile avere un secondo lavoro?

Abbiamo così consultato l’avvocato Angelo Geco (nella foto), autore, tra l’altro del recentissimo La legge per tutti. Il libro di diritto che parla la tua lingua (Gribaudo), un testo di facile consultazione: a domanda (ce ne sono tantissime su svariati campi) l’avvocato risponde con parole semplici e puntuali, non da azzeccagarbugli.

E, dunque, è possibile avere un secondo lavoro?
«La possibilità di avere un secondo lavoro è disciplinata in modo diverso a seconda che si tratti di dipendente privato o pubblico. Partiamo dal primo. Chi ha già un lavoro dipendente e vuol svolgere un secondo lavoro, anch’esso da dipendente, deve sottostare a una serie di limiti. Innanzitutto quelli di orario: non si può trattare di due full time. Un dipendente può lavorare per non più di 48 ore a settimana, in media, calcolate in un periodo di 4 mesi. Ciò significa che si può lavorare di più in alcune settimane del periodo di riferimento a patto che, nelle altre, si lavori di meno, abbassando così la media (si pensi a un dipendente che, in una settimana del periodo di riferimento, svolga 52 ore di attività e, in un’altra dello stesso periodo, ne faccia 44). Bisogna poi rispettare il riposo giornaliero, che deve essere pari ad almeno 11 ore consecutive ogni 24 ore. C’è poi il riposo minimo settimanale, pari ad almeno 24 ore consecutive ogni 7 giorni (inteso come media da rispettare nell’arco di 14 giorni). Per garantire il rispetto dei limiti di orario, la legge impone al dipendente di comunicare, al secondo datore di lavoro, l’esistenza del primo rapporto. In ogni caso, il dipendente non può svolgere attività in concorrenza con il proprio datore di lavoro. Pertanto, un secondo lavoro è possibile solo nella misura in cui riguardi un’attività o un settore merceologico completamente diverso dal primo (salvo diversa autorizzazione da parte di entrambi i datori di lavoro). In ultimo, il dipendente che svolge un secondo lavoro deve evitare di comunicare a terzi le informazioni di cui sia a conoscenza proprio in virtù delle sue mansioni (per esempio i recapiti dei clienti)».

E il dipendente pubblico? Può avere un secondo lavoro?
«Diverso è il discorso per i dipendenti pubblici. Questi, in linea di massima, non possono svolgere un secondo lavoro, a pena di pesanti sanzioni disciplinari che possono arrivare anche al licenziamento. Tale limite è imposto per garantire l’imparzialità di chi svolge attività di rilievo pubblico. Ai dipendenti della pubblica amministrazione è pertanto fatto divieto di lavorare per datori di lavoro privati, di rivestire cariche in società con scopo di lucro, di svolgere attività imprenditoriali commerciali o industriali ecc. Tale incompatibilità vale per i dipendenti pubblici con contratto a tempo pieno o part time superiore al 50%. Esistono però delle eccezioni. Il dipendente pubblico, previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza, può svolgere un secondo lavoro solo se si tratta di incarichi saltuari. Sono invece ammessi, senza necessità di autorizzazione, i compensi derivanti da collaborazioni con giornali,  sfruttamento economico di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali da parte dell’autore, partecipazione a convegni e seminari, incarichi per il cui svolgimento il dipendente è posto in aspettativa, in comando o fuori ruolo e  attività di formazione rivolta ai dipendenti pubblici oppure di docenza e di ricerca scientifica. I divieti e i limiti all’esercizio di un secondo lavoro non si applicano ai dipendenti pubblici come i docenti della scuola, i docenti universitari a tempo determinato e il  personale sanitario».

Ma un secondo lavoro autonomo o un contratto di collaborazione si possono avere senza restrizioni?
«I limiti di orario appena indicati non valgono per chi firma un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, il cosiddetto co.co.co. Difatti, il collaboratore esterno non è vin- colato a un orario di lavoro prestabilito, ma può gestire la propria attività come meglio crede. Nulla vieta, pertanto, che un dipendente a tempo pieno possa firmare anche un co.co.co. Lo stesso, a maggior ragione, vale per chi intende svolgere un lavoro autonomo pur avendo un full time alle dipendenze di un altro datore di lavoro. Resta comunque fermo il dovere di non svolgere attività in concorrenza con l’azienda datrice di lavoro».



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