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Mahmood, qualcosa è cambiato. Ma poco


Un piccolo concerto segreto, annunciato via social solo poco prima che Mahmood salisse sul palcoscenico. Un venerdì pomeriggio di inizio estate. Fa caldo, nell’aria si annusa il week end. Siamo in un giardino in zona Colonne di San Lorenzo, a Milano. «Credo sia il concerto più vicino a casa che abbia mai fatto. Dalle finestre vedo quella chiesa lì».

Lo showcase del due volte vincitore di Sanremo arriva a chiusura della Levi’s Week, settimana legata alla Design Week e caratterizzata da un ricco programma di eventi all’interno del nuovo Pop Store milanese del brand, a cui il cantante è da anni legato, in via Capelli. La proverbiale ciliegina sulla torta.

Incontriamo Alessandro prima della sua esibizione. Mangia una banana; indossa un completo denim bianco sporco, sotto un top che lascia la pancia scoperta. Capisco subito che non è poi molto diverso dal ragazzo forse un po’ timido ma consapevole di avere un grande talento, che incontrai prima che lo straordinario successo lo travolgesse. Lo capisco dalla sua spontaneità sincera, dagli sguardi, dalla mancanza di filtri. È una cosa che fa piacere, scoprire come si possa rimanere coi piedi per terra anche volando altissimo. 

Probabilmente non ricorderà, ma la intervistai una prima volta nel febbraio del 2019, prima che andasse a Sanremo con Soldi e che la sua carriera decollasse. Allora parlammo di tutto; questa volta vorrei trattare solo argomenti molto leggeri, superficiali. È un caldo venerdì, siamo qui per cantare, per bere una birretta. Le va se parliamo di moda e vestiti? Cose che alcuni considerano solo cazzate…
«Guarda, io so tutto. Delle cazzate so tutto».

Casco bene, allora. Quanto è cambiato dal 2019? Quanto è cambiata la sua vita, e quanto è cambiato il suo stile, se il suo stile in qualche modo rappresenta la sua vita?
«La cosa bella è che in realtà il mio stile di vita è cambiato semplicemente solo perché lavoro molto di più. Sono più impegnato. Ma quando sono libero, la mia vita è sempre la stessa. Le abitudini non cambiano, cambiano i paesaggi, le visuali. Dopo Sanremo ho avuto la possibilità di prendermi una casa in affitto, non vivo più con mia madre… è cambiato quello, ecco. Ma di base non ho ancora una casa mia, non ho una macchina. Vivo di musica, questo è cambiato: è figo, è molto bello, molto stimolante».

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E lo stile? Oggi i brand fanno a gara per vestirla…
«Sì, di vestiti ne ho molti di più, è vero. Adesso c’è mia mamma che poverina non sa più dove metterli quando arrivano le buste a casa: “Non ce la faccio piuuù…” (la voce si fa acuta acuta)».

Questo significa un po’ anche essere arrivati? Possiamo considerarlo un metro del successo?
«Dice? Per quanto adesso sia molto fortunato, sa che forse, però… ora dico una bestemmia per tutti i brand che mi regalano i vestiti e che ringrazio… ma prima era diverso. Prima quando andavo a comprarmi quel paio di scarpe che guardavo in vetrina, e aspettavo per mesi il momento per poterle comprare… beh gli davo un valore diverso. Questa è una cosa che ho perso purtroppo. Ora il valore che do ai vestiti è legato al lavoro, perché adesso per me sono fondamentalmente un veicolo di espressione artistica. Non mi vesto più per essere carino e andare a ballare, mi vesto per “rappresentarmi” in un certo modo e andare sul palco a cantare, o per girare un video. Sì, il loro valore purtroppo è cambiato, per me».



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